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Dott. Pietro Maurizio La Porta

Specialista in Reumatologia - Perfezionato in Ecografia  Clinica e Muscoloscheletrica

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Fino a poche decine di anni fa le MR si “curavano” solo con farmaci anti-infiammatori e cortisonici; in seguito furono introdotti i cosiddetti “sali d’oro” che tanta speranza diedero ai malati, ma che altrettanto rapidamente si dimostrarono inefficaci nel trattamento delle MR. Per tanti anni dunque abbiano assistito, quasi inerti, ad un inesorabile deterioramento delle condizioni cliniche del malato reumatico che quasi sempre andava incontro ad invalidità permanente Oggi fortunatamente le cose sono cambiate sia per il trattamento dei reumatismi infiammatori, sia per l’artrosi, che per l’osteoporosi.

Reumatismi infiammatori (artrite reumatoide, spondilo-artriti, etc…)

Il trattamento dei reumatismi infiammatori si avvale di farmaci sintomatici e farmaci cosiddetti “patogenetici”, in grado cioè di rallentare o bloccare la malattia.

1) Farmaci sintomatici (antidolorifici ed anti-infiammatori): riducono il dolore e l’infiammazione; sono ben tollerati; tuttavia, se usati in maniera duratura possono essere responsabili di effetti collaterali, talvolta anche severi (ulcere gastriche, alterazioni cardiovascolari, ipertensione arteriosa etc…); inoltre questi presidi non sono in grado di rallentare l’evoluzione della malattia.

2) Cortisonici: riducono il dolore e l’infiammazione, ma non agiscono sull’evoluzione della malattia. Anch’essi, se usati cronicamente possono dare importanti effetti collaterali (ipertensione, ritenzione idrica, aumento di peso, diabete, etc…)

3) Farmaci di “fondo” (DMARDs): il loro meccanismo d’azione permette di rallentare il decorso della malattia, modificandone la storia naturale e rallentandone l’evoluzione; i principali DMARDs in uso sono: methotrexate, idrossiclorochina, leflunomide, azatioprina, ciclofosfamide, ciclosporina, salazopirina etc… Anche se ben tollerati, possono dare importanti effetti collaterali (tossicità epatica e renale, alterazioni ematologiche con anemia, piastrinopenia e leucopenia), etc... Sono dunque necessari periodici controlli ematologici di follow-up per ridurre al minimo l’insorgenza di tali effetti tossici.

4) Farmaci “biologici”: farmaci prodotti con tecnica di “bio-ingegneria” molecolare (per questo vengono definiti biologici); colpiscono a monte il processo infiammatorio con l’obiettivo di arrestare il danno articolare e bloccare l’evoluzione della malattia. Se i DMARDs tradizionali “rallentano”, i biologici “arrestano” la progressione del danno articolare. Vengono dispensati nei centri reumatologici autorizzati e necessitano di un attento screening prima della loro somministrazione, in quanto possono essere responsabili di rari, ma spesso gravi, effetti collaterali: pancitopenia (riduzione dei globuli rossi, globuli bianche e piastrine), gravi infezioni, tubercolosi, reazioni allergiche, eventi neurologici (malattie demielinizzanti). Prima della loro prescrizione è dunque necessario sottoporre il paziente ad attenti accertamenti ematologici e strumentali; sono inoltre obbligatori i controlli periodici durante il trattamento, al fine di evitare la comparsa dei suddetti eventi avversi. I farmaci biologici hanno radicalmente cambiato il destino del malato reumatico in quanto bloccando la malattia allo stadio in cui viene diagnosticata, evitano l’invalidità. Si comprende dunque l’importanza di una diagnosi quanto più precoce possibile!

Reumatismi degenerativi (osteoartrosi):

1) Antiinfiammatori ed antidolorifici (vedi sopra);

2) Farmaci di “fondo” o condroprotettori, cioè “protettori” della cartilagine (glucosammina, condroitinsolfato, etc…); rallentano la degenerazione cartilaginea; sono ben tollerati e non presentano effetti collaterali gravi.

3) Infiltrazioni intra-articolari di acido ialuronico: permettono una maggiore protezione della cartilagine, un notevole miglioramento del “trofismo” articolare e quindi una riduzione del dolore. L’acido jaluronico a livello intra-articolare presenta due effetti: effetto meccanico di lubrificazione (visco-supplementazione) ed effetto “biologico” di visco-induzione (migliora la vitalità della cartilagine). Per tali motivi riduce il dolore e rallenta la morte cartilaginea, riducendo il rischio di “protesizzazione articolare”, soprattutto nelle forme di artrosi non grave. L’infiltrazione di acido jaluronico è una tecnica oramai consolidata e sicura, non è dannosa e non comporta effetti collaterali sull’articolazione. Oggi viene utilizzata nel trattamento dell’osteoartrosi in tutte le articolazioni, prevalentemente nelle ginocchia, spalle ed anche (in quest’ultimo caso si procede all’infiltrazione con tecnica eco-guidata). Infine, l’utilizzo delle infiltrazioni di acido jaluronico determinando una riduzione del dolore, induce il paziente ad un minore ricorso all’uso di anti-dolorifici ed anti-infiammatoi, con conseguente riduzione di effetti collaterali secondari all’assunzione di tali farmaci.

Osteoporosi:

Anche in tema di “osteoporosi” sono stati fatti diversi passi avanti, tant’è che oggi, grazie alla diagnosi precoce e all’uso di nuovi farmaci che agiscono sul turn-over osseo (bisfosfonati, ranelati di stronzio, etc…) è possibile ridurre il rischio di fratture patologiche (femorali, vertebrali, etc…)

Altre Terapie:

La terapia farmacologia non è l’unica possibilità di cura delle malattie reumatiche; fondamentale importanza ha assunto la riabilitazione sempre più accurata e mirata a ripristinare laddove è possibile, la funzionalità articolare. Ed ancora l’economia articolare che consiste nell’applicazione adeguata di metodi diversi (l’uso di ausili, la rieducazione gestuale e l’adattamento dell’ambiente circostante) per superare gli ostacoli della vita quotidiana (sollevare una pentola, sbrigare attività domestiche, provvedere all’igiene personale, vestirsi, ecc.) Ciò consente di mantenere o riacquistare un’autonomia funzionale soddisfacente nonostante la presenza di una disabilità importante.

Terapia chirurgica: anche in questo campo il progresso scientifico ha compiuto notevoli passi avanti definendo nuove e più particolareggiate tecniche chirurgiche (artroprotesi, ricostruzioni tendinee, ecc.) per correggere le articolazioni particolarmente compromesse. Certamente, prima di inviare il malato al chirurgo ortopedico ogni singolo caso deve essere attentamente valutato, anche in base allo stato di salute generale ed alle condizioni dell’articolazione impegnata e dei tessuti periarticolari. L’approccio chirurgico non sostituisce la terapia farmacologia.

Chi cura le malattie reumatiche?

Il ruolo centrale lo assume il Reumatologo. Molto importante è la collaborazione tra questo ed il medico di famiglia; quest’ultimo è il primo interlocutore del malato “reumatico” e quindi ha l’importante compito di sospettare la malattia sulla base di manifestazioni articolari specifiche e di inviare tempestivamente il paziente allo specialista. Entrambi i medici, a disposizione del malato, avranno cura di sorvegliare l'evoluzione della malattia e i potenziali effetti tossici dei farmaci, collaborando in stretta integrazione, nel rispetto dei reciproci ruoli. E' responsabilità dello specialista reumatologo impegnarsi alla sensibilizzazione dei Medici di Medicina Generale affinchè il malato artritico venga riferito precocemente allo specialista senza che vengano impiegati farmaci corticosteroidei che potrebbero ritardare la diagnosi. Altre collaborazioni si instaurano con l’Ortopedico quando a causa di una grave compromissione articolare diventa necessario l’approccio chirurgico e con il Fisiatra che potrà applicare quei principi riabilitativi che come già evidenziato possono aiutare il malato a mantenere una propria autonomia funzionale. In conclusione, oggi, se c’è una stretta collaborazione tra medico di famiglia, reumatologo e fisiatra è possibile, anche se non facile, diagnosticare precocemente le malattie reumatiche ed impostare un protocollo terapeutico che deve avere come unico fine quello di rallentare o meglio, bloccare il danno osseo con conseguente migliore la qualità di vita del paziente.